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Giovanni Paolo II e San Giovanni Maria Vianney
Giovanni Paolo II e il Curato d'Ars
Nel 1986, anno bicentenario della sua nascita, ha dedicato al Curato d'Ars la tradizionale lettera che indirizzava ogni Giovedì Santo a tutti i Sacerdoti; ha parlato di lui inoltre nel libro "Dono e Mistero", edito in occasione del suo 50 anniversario dell'Ordinazione Sacerdotale. Recandosi pellegrino ad Ars nell'ottobre del 1986, oltre all'omelia della Celebrazione Eucaristica di quel giorno, ha predicato ai sacerdoti presenti un ritiro spirituale presentando il Curato d'Ars come modello di vita sacerdotale. In questa pagina vogliamo proporre alcuni scritti di Giovanni Paolo II su San Giovanni Maria Vianney.
La figura di San Giovanni Maria Vianney
Giovanni Paolo II, DONO E MISTERO, LEV, Città del Vaticano, 1996. pag. 65-66.
Sulla strada del rientro dal Belgio a Roma,ebbi la fortuna di sostare ad Ars. Era la fine di ottobre de 1947, la domenica di Cristo Re. Con grande commozione visitai la vecchia chiesetta dove San Giovanni Maria Vianney confessava, insegnava il catechismo e teneva le sue omelie. Fu per me un'esperienza indimenticabile. Fin dagli anni del seminario ero rimasto colpito dalla figura del parroco di Ars, soprattutto alla lettura della biografia scritta da Mons. Trochu. San Giovanni M. Vianney sorprende soprattutto perché in lui si rileva la potenza del grazia che agisce nella povertà dei mezzi umani. Mi toccava nel profondo, in particolare,il suo eroico servizio confessionale. Quell' umile sacerdote che confessava più di dieci ore al giorno, nutrendosi poco e dedicando al riposo appena alcune ore, era riuscito, in un difficile periodo storico, a suscitare una sorta di rivoluzione spirituale in Francia e non soltanto in Francia. Migliaia di persone passavano per Ars e si inginocchiavano al suo confessionale. Sullo sfondo della laicizzazione e dell'anticlericalismo del XIX secolo, la sua testimonianza costituisce un evento davvero rivoluzionario. Dall'incontro con la sua figura trassi la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, attraverso quel volontario "farsi prigioniero del confessionale". Parecchie volte,confessando a Niegowic, nella mia prima parrocchia, e poi a Cracovia, ritornavo col pensiero a questa esperienza indimenticabile. Ho cercato di conservare sempre il legame con il confessionale sia durante gli impegni scientifici a Cracovia, confessando soprattutto nella Basilica dell' Assunzione della Beata Maria Vergine, sia adesso a Roma, anche se quasi solo simbolicamente, rientrando ogni anno in confessionale il Venerdì Santo, nella Basilica di San Pietro.
LETTERA AI SACERDOTI IN OCCASIONE DEL GIOVEDÌ SANTO 1986
1. Eccoci di nuovo nell'imminenza del Giovedì Santo, giorno in cui Gesù Cristo istituì l'Eucaristia e, nel medesimo tempo, il nostro sacerdozio ministeriale. Il Cristo, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Buon Pastore qual era, stava per dare la propria vita per le sue pecore (cfr. Gv 10,11), per salvare gli uomini, riconciliarli col Padre e introdurli in una vita nuova. E già agli Apostoli egli offriva in cibo il suo Corpo, dato per loro, e il suo Sangue, versato per loro.
Ogni anno, questo giorno è grande per
tutti i cristiani. Sull'esempio dei primi discepoli, essi vengono per
comunicare al Corpo e al Sangue di Cristo nella liturgia della sera, che
rinnova la Cena. Ricevono dal Salvatore il testamento dell'amore fraterno
che dovrà ispirare tutta la loro vita, e cominciano a vegliare con lui,
per unirsi alla sua Passione. Voi stessi li radunerete e guiderete la loro
preghiera. Ma questo giorno è grande specialmente per noi, cari fratelli
sacerdoti. E' la festa dei sacerdoti. E' il giorno in cui nasce il
nostro sacerdozio, che è partecipazione all'unico Sacerdozio di Cristo
Mediatore. In questo giorno, i sacerdoti del mondo intero sono invitati a
concelebrare l'Eucaristia coi loro Vescovi e a rinnovare attorno ad essi
le promesse dei loro impegni sacerdotali a servizio di Cristo e della sua
Chiesa. In questa occasione io mi metto particolarmente vicino a ciascuno
di voi. E, come ogni anno, in segno della nostra unione sacramentale nel
medesimo sacerdozio, spinto dalla stima affettuosa che vi porto e dal mio
dovere di confermare tutti i miei fratelli nel loro servizio al Signore,
vi invio questa lettera per aiutarvi a ravvivare il dono inaudito che vi è
stato
L'esempio incomparabile del Curato d'Ars
2. Uno di questi rimane assai presente alla memoria della Chiesa, e sarà particolarmente commemorato quest'anno, in occasione del secondo centenario della sua nascita: San Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars. Desideriamo tutti ringraziare Cristo, il Principe dei Pastori, per il modello straordinario di vita e di servizio sacerdotale, che il Santo Curato presenta a tutta la Chiesa ed innanzitutto a noi sacerdoti. Quanti tra noi si sono preparati al sacerdozio, o esercitano oggi il loro difficile compito di parroci, tenendo sotto gli occhi la figura di San Giovanni Maria Vianney ! Il suo esempio non può cadere nell'oblio. Noi abbiamo più che mai bisogno della sua testimonianza, della sua intercessione per affrontare le situazioni del nostro tempo, nel quale, nonostante un certo numero di segni di speranza, l'evangelizzazione è contrastata da una laicizzazione crescente, nel quale inoltre si trascura l'ascesi soprannaturale, molti perdono di vista le prospettive del Regno di Dio e spesso, anche nella pastorale, ci si preoccupa troppo esclusivamente dell'aspetto sociale e degli obiettivi temporali. Il Curato d'Ars ha dovuto affrontare, nel secolo scorso, difficoltà che avevano forse un altro modo di presentarsi, ma che non erano meno grandi. Con la vita e con l'azione, egli ha costituito, per la società del suo tempo, come una grande sfida evangelica, che ha portato mirabili frutti di conversione. Non v'è dubbio che egli presenti anche oggi per noi tale grande sfida evangelica. Vi invito dunque a meditare sul nostro sacerdozio davanti a questo pastore straordinario, che ha illustrato il pieno compimento del ministero sacerdotale ed insieme la santità del ministro. Voi sapete che Giovanni Maria Battista Vianney è morto ad Ars il 4 agosto 1859, dopo una quarantina d'anni di estenuante dedizione. Aveva settantatré anni. Al suo arrivo, Ars era un'oscura borgata della diocesi di Lione, oggi di Belley. Alla fine della sua vita, vi si accorreva da tutta la Francia, e la sua fama di santità, dopo la sua morte, attirò subito l'attenzione della Chiesa universale. San Pio X lo beatificò nel 1905; Pio XI lo canonizzò nel 1925, e poi, nel 1929, lo dichiarò Patrono dei parroci di tutto il mondo. Nel centenario della sua morte, Papa Giovanni XXIII scrisse l'Enciclica «Sacerdotii nostri primordia» per presentare il Curato d'Ars come modello di vita e d'ascesi sacerdotali, modello di pietà e di culto eucaristico, modello di zelo pastorale, e ciò nel contesto dei bisogni del nostro tempo. Qui vorrei soltanto attirare la vostra attenzione su alcuni aspetti essenziali che ci aiutano a riscoprire e a vivere meglio il nostro sacerdozio.
La sua volontà tenace di prepararsi al sacerdozio
3. Il Curato d'Ars è innanzitutto un modello di volontà per coloro che si preparano al sacerdozio. Il susseguirsi di molte prove avrebbe potuto scoraggiarlo: gli effetti della tormenta rivoluzionaria, la mancanza d'istruzione del suo ambiente rurale, la reticenza di suo padre, la necessità di contribuire al lavoro dei campi, i rischi del servizio militare, e soprattutto, malgrado la sua intelligenza intuitiva e la sua viva sensibilità, la grande difficoltà ad apprendere e a memorizzare, e dunque a seguire i corsi di teologia e di latino, ed infine, per questa ragione, una dimissione dal seminario di Lione. Essendo stata tuttavia riconosciuta l'autenticità della sua vocazione, a 29 anni egli poté essere ordinato sacerdote. Con tenacia nel lavoro e nella preghiera, trionfò su tutti gli ostacoli e i limiti, così allora come più tardi, quando, durante la vita sacerdotale, preparava laboriosamente i suoi sermoni o portava avanti, la sera, la lettura di opere di teologi e di autori spirituali. Fin dalla giovinezza era animato da un grande desiderio di «guadagnare le anime al buon Dio» come sacerdote, ed era sostenuto dalla fiducia del vicino parroco d'Ecully, il quale, non dubitando della sua vocazione, si incaricò di una buona parte della sua preparazione. Quale esempio di coraggio per coloro che, oggi, conoscono la grazia di essere chiamati al sacerdozio
La profondità del suo amore per Cristo e per le anime
4. Il Curato d'Ars è un modello di zelo sacerdotale per tutti i pastori. Il segreto della sua generosità si trova senza dubbio nel suo amore a Dio, vissuto senza misura, in costante risposta all'amore manifestato nel Cristo crocifisso. Egli fonda lì il suo desiderio di fare di tutto per salvare le anime, riscattate da Cristo ad un prezzo così grande, e ricondurle all'amore di Dio. Ricordiamo una delle frasi lapidarie di cui egli aveva il segreto: «Il sacerdozio è l'amore del Cuore di Gesù». Egli tornava sempre nei suoi sermoni e nelle catechesi su questo amore: «O mio Dio preferisco morire amandovi, che vivere un solo istante senza amarvi. ...Vi amo, o mio divin Salvatore, perché siete stato crocifisso per me, ...perché mi tenete crocifisso per voi» (Nodet, p. 44). A causa di Cristo, egli cerca di conformarsi pienamente alle esigenze radicali che Gesù propone nel Vangelo ai discepoli che Egli invia in missione: preghiera, povertà, umiltà, rinuncia a se stessi, penitenza volontaria. E, come Cristo, anch'egli prova per le sue pecorelle un amore che lo conduce ad un'estrema dedizione pastorale e al sacrificio di sé. Raramente un pastore è stato tanto cosciente delle sue responsabilità, divorato dal desiderio di strappare i suoi fedeli al peccato o alla tiepidezza. «O mio Dio, concedetemi la conversione della mia parrocchia: accetto di soffrire ciò che voi vorrete, per tutto il tempo della mia vita». Cari fratelli sacerdoti, alimentati dal Concilio Vaticano II, che ha felicemente situato la consacrazione del prete nel quadro della sua missione pastorale, cerchiamo il dinamismo del nostro zelo pastorale, con San Giovanni Maria Vianney, nel Cuore di Gesù, nel suo amore per le anime. Se noi non attingiamo alla medesima sorgente, il nostro ministero rischierà di portare ben pochi frutti.
I mirabili e molteplici frutti del suo ministero
5. Nel caso del Curato d'Ars i frutti sono stati stupefacenti, un po' come per Gesù nel Vangelo. A Giovanni Maria Vianney, che gli consacra tutte le forze e tutto il cuore, il Salvatore, in certo modo, dona le anime. Gliele affida, a profusione. Innanzitutto la sua parrocchia - che al suo arrivo contava soltanto 230 persone - sarà profondamente trasformata. E' un fatto che, in quel villaggio, c'era parecchia indifferenza ed assai poca pratica religiosa tra gli uomini. Il Vescovo aveva così avvertito Giovanni Maria Vianney: "Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia: voi ve lo porterete". Ma abbastanza presto, ben al di là del suo villaggio, il Curato diventa pastore di una moltitudine che giunge da tutta la regione, da diverse parti della Francia e da altri Paesi. Si parla di 80.000 per l'anno 1858! Si attende a volte per parecchi giorni prima di incontrarlo e di confessarsi. Ciò che attira, non è tanto la curiosità e neppure la giustificata fama dei suoi miracoli e delle guarigioni straordinarie, che il Santo per altro vorrebbe nascondere. E' ben più il presentimento d'incontrare un Santo, sorprendente per la sua penitenza, così familiare con Dio nella preghiera, straordinario per la sua pace e la sua umiltà in mezzo ai successi popolari, e soprattutto così perspicace nel corrispondere alle disposizioni interiori delle anime e nel liberarle dai loro pesi, soprattutto al confessionale. Sì, Dio ha scelto come modello per i pastori uno che poteva apparire agli occhi degli uomini povero, debole, senza difesa e spregevole (cfr. 1Cor 1,27-29). Egli lo ha gratificato dei suoi doni migliori quale guida e medico delle anime. Pur riconoscendo una grazia particolare concessa al Curato d'Ars, non abbiamo qui il segno di una speranza per i pastori che soffrono oggi di un certo deserto spirituale?
Le diverse iniziative apostoliche orientate verso l'essenziale
6. Giovanni Maria Vianney si consacrava essenzialmente all'insegnamento della fede, alla purificazione delle coscienze, e questi due ministeri convergevano verso l'Eucaristia. Non bisogna vedere in ciò anche oggi i tre poli del servizio pastorale del sacerdote? Se lo scopo è certamente quello di radunare il popolo di Dio attorno al mistero eucaristico per mezzo della catechesi e della penitenza, altri contatti apostolici, a seconda delle circostanze, sono pure necessari: a volte è una semplice presenza, forse per lunghi anni, con la testimonianza silenziosa della fede negli ambienti non cristiani; o anche la vicinanza alle persone, alle famiglie ed alle loro preoccupazioni; a volte è un primo annuncio che si sforza di risvegliare alla fede gli increduli e i tiepidi; può essere pure la testimonianza di carità e di giustizia condivisa con i laici cristiani, così da rendere più credibile la fede mettendola in pratica. Di qui tutta una serie di attività o di opere apostoliche, che preparano o continuano la formazione cristiana. Lo stesso Curato d'Ars si studiò di prendere delle iniziative adatte al suo tempo ed ai suoi parrocchiani. Tuttavia, tutte le sue attività sacerdotali erano centrate sull'Eucaristia, la catechesi ed il sacramento della riconciliazione.
Il sacramento della riconciliazione
7. E' certamente la sua instancabile
dedizione al sacramento della penitenza, ciò che ha rivelato il carisma
principale del Curato d'Ars ed ha creato a giusto titolo la sua fama. E'
bene che un tale esempio ci porti oggi a ridare al ministero della
riconciliazione tutta quella importanza che gli spetta e che il Sinodo dei
Vescovi del 1983 ha così giustamente messo in evidenza. Senza il cammino
di conversione, di penitenza e di richiesta di perdono che i ministri
della Chiesa devono instancabilmente incoraggiare ed accogliere, il tanto
desiderato aggiornamento è destinato a restare superficiale ed illusorio.
Il Curato d'Ars si preoccupava innanzitutto di formare i fedeli al
desiderio del pentimento. Sottolineava la bellezza del perdono divino.
Tutta la sua vita sacerdotale e le sue forze non erano forse consacrate
alla conversione dei peccatori? Ebbene, è nel confessionale che si
manifestava soprattutto la misericordia di Dio. Egli pertanto non
intendeva sottrarsi ai penitenti che venivano da ogni parte e ai quali
consacrava spesso dieci ore al giorno, a volte quindici o anche più. Per
lui questa era senza dubbio la più grande delle pratiche ascetiche, un
«martirio»: fisicamente, innanzitutto, nel caldo, nel freddo o
nell'atmosfera soffocante; ed anche moralmente, perché soffriva egli
stesso per i peccati accusati e più ancora per la mancanza di pentimento:
«Piango per ciò per cui voi non piangete». Accanto a questi indifferenti,
che egli accoglieva come meglio poteva e che tentava di svegliare
all'amore di Dio, il Signore gli concedeva di riconciliare dei grandi
peccatori pentiti, e anche di guidare verso la perfezione anime che ne
avevano il vivo desiderio. Era soprattutto qui che Dio gli domandava di
partecipare alla Redenzione. Noi oggi abbiamo riscoperto, meglio che nel
secolo scorso, l'aspetto comunitario della penitenza, della preparazione
al perdono, e dell'azione di grazie dopo il perdono. Ma il perdono
sacramentale richiederà sempre un incontro personale col Cristo crocifisso
attraverso la mediazione del suo ministro. Spesso, purtroppo, i penitenti
non si accalcano con fervore attorno al confessionale, come ai tempi del
Curato d'Ars. Ora, il fatto stesso che un gran numero di essi, per varie
ragioni, sembra astenersi totalmente dalla confessione, è segno che è
urgente sviluppare tutta una pastorale del sacramento della penitenza,
portando incessantemente i cristiani a riscoprire le esigenze di una vera
relazione con Dio, il senso del peccato, per il quale ci si chiude
all'Altro e agli altri, la necessità di convertirsi e di ricevere, per il
tramite della Chiesa, il perdono come dono gratuito di Dio e, infine, le
condizioni che permettono di ben celebrare il sacramento, superando i
pregiudizi a suo riguardo, i falsi timori e la prassi abitudinaria. Una
tale situazione richiede nel medesimo tempo che noi rimaniamo assai
disponibili per questo ministero del perdono, pronti a dedicarvi il tempo
e la cura necessari, ed anzi, dirò di più, a dargli la priorità rispetto
ad altre attività. I fedeli comprenderanno così il valore che,
sull'esempio del Curato d'Ars, noi gli conferiamo. Certo, come scrivevo
nell'Esortazione post-sinodale sulla penitenza, il ministero della
riconciliazione resta senza dubbio il più difficile e il più delicato, il
più faticoso e il più esigente, soprattutto quando i
Eucaristia: oblazione della Messa, comunione, adorazione.
8. I due sacramenti della riconciliazione e dell'Eucaristia sono strettamente uniti fra loro. Senza una conversione costantemente rinnovata e l'accoglienza della grazia sacramentale del perdono, la partecipazione all'Eucaristia non potrebbe pervenire alla piena efficacia redentrice. Come Cristo cominciò il suo ministero col «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15), così il Curato d'Ars iniziava generalmente ognuna delle sue giornate col ministero del perdono. Ma egli era felice di orientare i suoi penitenti riconciliati verso l'Eucaristia. L'Eucaristia era veramente al centro della sua vita spirituale e della sua pastorale. Diceva: «Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché esse sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio» (Nodet, p. 108). E' lì che è reso presente il sacrificio del Calvario per la Redenzione del mondo. Evidentemente, il sacerdote deve unire il dono quotidiano di se stesso all'oblazione della Messa: «Un prete fa dunque bene ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!» (Nodet, p. 107). «La Santa Comunione ed il Santo Sacrificio della Messa sono i due atti più efficaci per ottenere la conversione dei cuori» (Nodet, p. 110). La Messa era inoltre per Giovanni Maria Vianney la grande gioia ed il conforto della sua vita di sacerdote. Egli metteva grande impegno, malgrado l'afflusso dei penitenti, a prepararvisi silenziosamente per più di un quarto d'ora. Celebrava con raccoglimento, esprimendo chiaramente la sua adorazione nei momenti della Consacrazione e della Comunione. Con realismo egli osservava: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non si fa attenzione alla Messa!» (Nodet, p. 105). Il Curato d'Ars era particolarmente colpito dalla permanenza della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia. Era solitamente davanti al tabernacolo ch'egli passava lunghe ore d'adorazione, prima dell'alba o alla sera; verso di esso si volgeva spesso durante le sue omelie dicendo con emozione: «Egli è là!». E' ancora per questo motivo che lui, così povero nella sua canonica, non esitava a spendere molto per abbellire la sua chiesa. Apprezzabile risultato fu il fatto che i suoi parrocchiani presero presto l'abitudine di venire a pregare davanti al SS. Sacramento, scoprendo, attraverso il comportamento del loro Curato, la grandezza del Mistero della fede. In merito ad una tale testimonianza, pensiamo a ciò che il Concilio Vaticano II ci dice oggi a proposito dei sacerdoti: «E' nel culto eucaristico che si esercita soprattutto il loro ministero sacro». Ed assai di recente, il Sinodo straordinario (dicembre 1985) ricordava: «La liturgia deve favorire e far risplendere il senso del sacro. Deve essere impregnata di riverenza, di adorazione e di glorificazione di Dio... L'Eucaristia è la sorgente ed il culmine di tutta la vita cristiana». Cari fratelli sacerdoti, l'esempio del Curato d'Ars ci invita ad un serio esame di coscienza. Quale posto diamo, nella nostra vita quotidiana, alla Messa? Resta essa come nel giorno della nostra ordinazione - fu il nostro primo atto di sacerdoti! -, il principio della nostra azione apostolica e della nostra santificazione personale? Quale cura mettiamo nel prepararci ad essa? Nel celebrarla? Nel pregare davanti al SS. Sacramento? Nel condurvi i nostri fedeli? Nel fare delle nostre chiese la Casa di Dio, verso la quale la presenza divina attira i nostri contemporanei che hanno troppo spesso l'impressione di un mondo vuoto di Dio?
La predicazione e la catechesi
9. Il Curato d'Ars teneva ancora a non trascurare in nulla il ministero della Parola, assolutamente necessario per predisporre alla fede ed alla conversione. Giungeva fino a dire: «Nostro Signore, che è la stessa verità non fa minor conto della sua Parola che del suo Corpo» (Nodet, p. 126). Si sa il tempo che egli dedicava, soprattutto agli inizi, nel preparare laboriosamente le prediche della domenica. In seguito, egli giunse ad esprimersi più spontaneamente, sempre con una convinzione viva, chiara, con immagini e paragoni tratti dall'esperienza quotidiana, assai suggestivi per i fedeli. Anche le sue catechesi ai fanciulli costituivano una parte importante del suo ministero, e gli adulti si univano volentieri ai fanciulli per approfittare di quella testimonianza senza pari, che sgorgava dal cuore. Aveva il coraggio di denunciare il male in tutte le sue forme; senza condiscendenza, poiché ne andava della salvezza eterna dei suoi fedeli: «Se un pastore resta muto vedendo Dio oltraggiato e le anime rovinarsi, guai a lui!».
Il ministero specifico del sacerdote
10. San Giovanni Maria Vianney offre
una risposta eloquente a talune rimesse in discussione della identità del
sacerdote, che si sono manifestate nel corso degli ultimi vent'anni. Ora
tuttavia sembra che si stia arrivando a posizioni più equilibrate. Il
sacerdote trova sempre, ed in maniera immutabile, la sorgente della sua
identità in Cristo Sacerdote. Non è il mondo a fissare il suo statuto,
secondo i bisogni o le concezioni dei ruoli sociali. Il prete è segnato
dal sigillo del Sacerdozio di Cristo, per partecipare alla sua funzione
La sua intima configurazione a Cristo e la sua solidarietà con i peccatori
11. San Giovanni Maria Vianney non si è
di fatto accontentato di compiere ritualmente gli atti del suo ministero.
E' il proprio cuore e la propria vita ch'egli cercava di conformare a
Cristo. La preghiera era l'anima della sua vita: preghiera silenziosa,
contemplativa, generalmente nella sua chiesa, ai piedi del tabernacolo.
Attraverso il Cristo, la sua anima sia priva alle Tre Persone divine, alle
quali egli nel testamento, consegnerà la «sua povera anima». «Conservava
un'unione costante con Dio nel mezzo della sua vita estremamente
occupata». E non trascurava né Ufficio divino né Rosario. Si volgeva
spontaneamente verso la Vergine. La sua povertà era straordinaria. Si
spogliava letteralmente per i poveri. E fuggiva gli onori. La castità
brillava nel suo sguardo. Conosceva il prezzo della purezza per «ritrovare
la sorgente dell'amore che è Dio». L'obbedienza a Cristo si traduceva, per
Giovanni Maria Vianney, nell'obbedienza alla Chiesa e specialmente al
Vescovo. S'incarnava nell'accettazione del pesante incarico di parroco,
che spesso lo spaventava. Ma il Vangelo insiste soprattutto sulla rinuncia
di sé, sull'accettazione della croce. Molte croci si presentarono al
Curato d'Ars nel corso del suo ministero: calunnie della gente,
incomprensioni di un vicario o dei confratelli, contraddizioni, ed anche
una lotta misteriosa contro le potenze infernali, ed a volte persino la
tentazione della disperazione nel mezzo di una notte dello spirito.
Tuttavia, egli non si accontentava di accettare queste prove senza
lamentarsi: andava incontro alla mortificazione, sottoponendosi a continui
digiuni e a ben altre rudi maniere di «ridurre il suo corpo in servitù»,
come dice san Paolo. Ma ciò che bisogna veder bene in questa penitenza,
della quale purtroppo il nostro secolo ha perso l'abitudine, sono i
motivi: l'amore di Dio e la conversione dei peccatori. Così egli
interpella un confratello scoraggiato: «Avete pregato..., siete uscito in
gemiti..., ma avete digiunato, avete vegliato?...» (Nodet, p. 193). Si
raggiunge qui l'ammonimento di Gesù agii Apostoli: «Questa razza di demoni
non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (Mt 17,21). In
definitiva, Giovanni Maria Vianney si santificava per essere più atto a
santificare gli altri. Certo, la conversione resta il segreto dei cuori,
liberi della loro decisione, e il segreto della grazia di Dio. Col suo
ministero, il sacerdote non può che illuminare le persone, guidarle al
confessionale e donar loro i sacramenti. Questi sacramenti sono sì atti di
Cristo, la cui efficacia non è diminuita dall'imperfezione o
dall'indegnità del ministro. Ma il risultato dipende anche dalle
disposizioni di colui che li riceve, e queste sono grandemente favorite
dalla santità personale del sacerdote, dalla sua comprovata testimonianza,
come anche dal misterioso scambio di meriti nella comunione dei santi. San
Paolo diceva: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di
Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Giovanni Maria
Vianney voleva in qualche modo strappare a Dio le grazie di conversione,
Cari fratelli sacerdoti, voi siete ben convinti dell'importanza dell'annuncio del Vangelo, che il Concilio Vaticano II ha messo al primo posto tra le funzioni del sacerdote. Voi vi sforzate, mediante la catechesi, la predicazione e sotto altre forme che si avvalgono anche dei Mass-media, di arrivare al cuore dei nostri contemporanei, con le loro attese e le loro incertezze, per suscitare e nutrire la fede. Come il Curato d'Ars e secondo l'esortazione del Concilio, dedicatevi ad insegnare la Parola di Dio in se stessa, la quale chiama gli uomini alla conversione ed alla santità.
Conclusione: per il Giovedì Santo
12. Cari fratelli possano queste riflessioni ravvivare la vostra gioia d'essere sacerdoti, il vostro desiderio di esserlo più profondamente! La testimonianza del Curato d'Ars contiene ancora molte altre ricchezze da approfondire. Torneremo più ampiamente su questi temi in occasione del pellegrinaggio che io stesso avrò la gioia di compiere nell'ottobre prossimo ad Ars per onorare il secondo centenario della nascita di Giovanni Maria Vianney. Vi invio questa prima meditazione, cari fratelli, per la solennità del Giovedì Santo. In ciascuna delle nostre comunità diocesane ci riuniremo, in quel giorno della nascita del nostro sacerdozio, per rinnovare la grazia del sacramento dell'Ordine, per ravvivare l'amore che caratterizza la nostra vocazione. Ascoltiamo Cristo che ripete a noi come agli Apostoli: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici... Non vi chiamo più servi..., vi ho chiamati amici» (Gv 15,13-15). Davanti a Colui che manifesta l'Amore nella sua pienezza, noi rinnoviamo i nostri impegni sacerdotali, Sacerdoti e Vescovi.
Preghiamo gli uni per gli altri,
ciascuno per il suo fratello, e ognuno
Dal Vaticano, il 16 marzo, quinta domenica di Quaresima, dell'anno 1986, ottavo di Pontificato.
Giovanni Paolo II Pp
PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Ars 6 ottobre 1986
1. “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi” (Mt 9,35). È così che Gesù svolgeva la sua missione di Messia in Terra Santa, senza andare al di là delle frontiere del paese. È ciò che continua ad avvenire, quando i discepoli di Gesù portano il Vangelo “fino alle estremità della terra”. Il Salvatore ha detto loro: “Io sono con voi” (Mt 28,20). Là dove essi annunciano il Vangelo, anch’egli è presente. Talvolta questa presenza – la presenza salvifica di Cristo – viene avvertita in modo particolare. E allora, sul grande mappamondo dell’evangelizzazione, una città o un villaggio acquistano un fulgore particolare. È proprio quello che è avvenuto in questo villaggio di Ars il secolo scorso, negli anni in cui il curato Giovanni Maria Vianney adempiva qui il servizio sacerdotale. A poco a poco tutta la Francia, e anche gli altri paesi, le altre parti del mondo, sono arrivati a conoscere il curato d’Ars. La gente veniva da dovunque per avvicinarlo, per ascoltarlo parlare dell’amore di Dio, per essere guariti e liberati dal peccato. Dopo la sua morte, il suo esempio ha acquisito nuovo splendore. Pio XI l’ha dichiarato santo patrono dei curati del mondo intero. E oggi vi sono qui rappresentanti dei sacerdoti di numerosi paesi. Sì, attraverso questo sacerdote, è Cristo che è divenuto particolarmente presente in questo lembo di Francia. 2. Giovanni Maria Vianney è venuto ad Ars per esercitarvi il “santo sacerdozio”, per “offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 2,5). Egli stesso offriva questi sacrifici. Offriva ogni giorno, e con quale fervore, il sacrificio di Cristo. “Tutte le buone opere insieme non equivalgono al sacrificio della Messa, perché... la santa Messa è l’opera di Dio” (“Giovanni Maria Vianney, curato d’Ars, il suo pensiero, il suo cuore”, ed. Abate Bernard Nodet, Le Puy 1958, p. 107; in seguito: Nodet). Invitava i fedeli a unirvi la loro vita “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1). Si offriva egli stesso: “Un sacerdote fa dunque bene a offrirsi in sacrificio ogni mattina” (Nodet, 107). Offriva tutta la sua vita, costantemente unita a Dio nella preghiera, divorato dal servizio spirituale ai suoi fedeli, segretamente segnato dalle penitenze personali accettate per la loro conversione e la propria salvezza. Ha cercato di imitare Cristo fino ai limiti delle umane possibilità. Ed è divenuto non solo sacerdote, ma vittima, offerta, come Gesù. Sapeva e proclamava con chiarezza che Gesù Cristo è “la pietra viva” e che utti gli uomini – attraverso di lui, con lui e in lui – dovevano anch’essi divenire “pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,5). In Francia, cari fratelli e sorelle, avete numerosissime chiese, templi splendidi nei quali il genio degli artisti ha cercato, a partire dalle pietre inerti, di formare in un certo senso uno spazio esterno per la presenza di Dio. Giovanni–Maria Vianney è sbocciato beneficiando di tutta la splendida tradizione di questi templi. Egli stesso si prodigava ad abbellire la sua piccola chiesa, secondo il gusto della sua epoca, in modo da onorare Dio e favorire la preghiera del suo popolo. Tuttavia sapeva che nessuno spazio esterno può essere questa “costruzione” di cui parla san Pietro nella sua prima lettera, perché nessuno di essi è di per sé un “tempio spirituale”. Il tempio spirituale deve essere costruito con le “pietre vive” del sacerdozio santo, comune a tutti i credenti battezzati. E la radice di questo sacerdozio è unica; esso ha una sola fonte: Gesù Cristo. 3. Gesù Cristo! Giovanni Maria Vianney è venuto ad Ars per annunciare ai suoi parrocchiani questa verità fondamentale della nostra fede: Gesù Cristo, la pietra angolare, scelta da Dio, affinché su di essa si innalzi il tempio della salvezza eterna di tutta l’umanità, il tempio che riunisce “tutto il popolo dei redenti” (Preghiera eucaristica III), il popolo dei salvati. E questo tempio è contemporaneamente quello della gloria di Dio che l’uomo é chiamato a contemplare, alla quale parteciperà, secondo le magnifiche parole di sant’Ireneo di Lione: “Lo splendore di Dio dà la vita; avranno dunque parte alla vita coloro che vedono Dio... La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio” (Adversus haereses, IV, 20,5–7). Questa fede faceva dire al curato d’Ars: “Il nostro amore sarà la misura della gloria che avremo in paradiso. L’amore di Dio riempirà e inonderà tutto... Noi lo vedremo... Gesù è tutto per noi... Tutti insieme non formate che un solo corpo con Gesù Cristo” (Nodet, 245–249). È vero che questa pietra angolare – Gesù Cristo – è stata scartata dagli uomini, scartata sino alla condanna alla morte della croce, sul Golgota; ma dinanzi a Dio egli rimane la pietra “scelta e preziosa”. Si legge infatti nella Scrittura: “Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso” (1Pt 2,6). 4. Giovanni Maria Vianney è venuto ad Ars quale uomo che aveva creduto. Aveva creduto con tutta la sua anima e con tutto il suo cuore, con tutta la grazia del suo sacerdozio. Aveva creduto in Cristo come pietra angolare. “Chi crede in essa non resterà confuso”. Il curato d’Ars ha portato ai suoi parrocchiani questa certezza fondamentale della fede: la certezza della salvezza che è in Gesù Cristo. “Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo. Vi inciampano perché non credono alla parola” (1Pt 2,7-8). Ecco che cosa ha insegnato Pietro. Ecco che cosa ha insegnato il curato d’Ars. La parola “salvezza” è quella che torna più spesso sulle labbra di Giovanni Maria Vianney. Egli non ha mai smesso di avvertire i propri fedeli, specialmente le anime tiepide, indifferenti, peccatrici, incredule, del rischio che correvano per la loro salvezza, rifiutando di seguire la via della fede e dell’amore tracciata dal Salvatore; voleva evitar loro di cadere, di essere smarrite, allontanate dalla Luce e dall’Amore per sempre. Tuttavia aggiungeva: “Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto” (Nodet, 50). Le parole di Pietro e del curato d’Ars non sono forse un’eco di quelle profetiche che Simeone aveva già pronunciate su Gesù appena nato, quaranta giorni dopo la sua nascita. “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti... segno di contraddizione”? (Lc 2,34). 5. Il curato d’Ars ha avuto la stessa fede in Cristo Gesù che hanno avuto Simeone e l’apostolo Pietro. “In nessun altro c’è salvezza” (At 4,12). Forte di questa fede, è venuto qui, mandato dal vescovo per rendere presente ed efficace l’opera della salvezza. I suoi parrocchiani d’allora forse non erano molto familiarizzati con le questioni di fede, il vicario generale l’aveva avvertito: “Non c’è molto amore di Dio in questa parrocchia, voi ne metterete”. Ed ecco che a queste genti di Ars – e a tutti coloro che sarebbero venuti a unirsi a loro – egli non esitava ad annunciare, attraverso la sua parola e la sua vita, questo messaggio di Pietro che risuona con tanta forza nell’insegnamento del Concilio Vaticano II: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato” (1Pt 2,9). Sì, ecco che cosa siete, cari fratelli e sorelle. Questa è la vostra dignità, questa è la vostra vocazione di laici battezzati e confermati: “perché proclamiate le opere meravigliose di Colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,9). Il curato d’Ars ha camminato egli stesso in questa luce. Egli sapeva che era destinata a tutti: tutti sono chiamati a questa “ammirabile luce”. Successivamente, il Concilio Vaticano II ha sottolineato questa dignità e questa responsabilità dei battezzati: essi partecipano al sacerdozio di Cristo per l’esercizio del culto spirituale, alla sua funzione profetica per testimoniare, al suo servizio regale. Essi “hanno ricevuto una fede per la giustizia di Dio... Comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia dei figli, comune la vocazione alla perfezione... alla santità (Lumen Gentium, 32). Il curato d’Ars non ha mai cessato di ricordare ai fedeli la loro dignità di esseri amati da Dio, santificati da Cristo, e chiamati a seguirlo. 6. Sì, tutti sono chiamati, e costantemente chiamati, a venire alla luce, a uscire dalle tenebre. Talvolta da tenebre molto profonde. Tenebre che oscurano lo spirito, tenebre del peccato. L’oscurità dell’incredulità. Cento anni dopo, il Concilio Vaticano II avrà dinanzi agli occhi la stessa realtà. Esso ricercherà le strade dell’incontro, di dialogo coi non–credenti, coi credenti di altre religioni. E sapendo che, in definitiva, si tratta sempre del “dialogo della salvezza”, così come lo ha ben definito il mio predecessore Paolo VI. Il curato d’Ars sapeva bene che ciò che importa è il dialogo della salvezza. E lo faceva costantemente progredire con tutti i mezzi permessigli dalla sua epoca. Lo si potrebbe rimproverare di aver condotto questo dialogo della salvezza in luoghi così semplici, così spogli, che ci commuovono ancora: questa vecchia cattedra di catechismo, questo confessionale che ha occupato in modo instancabile? 7. Ciò che conta è innanzitutto il fatto che si trattava di un vero dialogo della salvezza, di un dialogo straordinariamente fruttuoso che ci lascia, ancor oggi, confusi. I frutti che esso dava erano dovuti a questa “ammirabile luce” che non viene dall’uomo, ma da Dio. Il ministero sacerdotale del perdono è sempre un dono dall’alto; tramite il sacerdote che è stato ordinato a questo ministero, è Cristo che illumina, che guarisce, che perdona. L’anima ardente d’amore del curato d’Ars si prestava meravigliosamente a questa azione di Cristo. I frutti che esso dava erano frutti di misericordia, vale a dire dell’amore misericordioso di Dio, grazie al quale coloro che erano “un tempo esclusi dalla misericordia”, tornavano indietro avendo “ottenuto misericordia” (1Pt 2,10). Tornavano convertiti. Tornavano assolti dai loro peccati. Il curato d’Ars prestava a Cristo queste parole: “Incaricherò i miei ministri di annunciare loro che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita” (Nodet, 135). Oh, cari fratelli e sorelle, misurate voi a sufficienza la grazia incredibile che vi è nell’essere assolti dai propri peccati, nel tornare all’amore di Dio, allo stato di amicizia con lui, nel rinascere alla Vita di Dio, nell’essere abitato da lui, nell’essere reintegrato nel popolo di coloro che sono santificati da Dio? Guardate voi la croce sulla quale Cristo ha dato la propria vita per questa redenzione? Desiderate questo perdono, questa rinascita spirituale, che non ci si può dare da soli, e senza i quali la comunione con Dio e con i nostri fratelli non è vera? Vi preparate ad essa seriamente? Andate a chiedere questo sacramento di riconciliazione ai vostri sacerdoti? Lo vivete e lo celebrate degnamente? Grazie all’umile servizio del curato d’Ars, coloro che non erano “affatto il popolo di Dio” divenivano vero “popolo di Dio”, tempio fatto di pietre vive, edificato sulla pietra angolare, su Cristo. 8. Edificare la Chiesa! È ciò che il curato d’Ars ha fatto in questo villaggio. La conversione, il perdono, preparati dalla sua predicazione rude e semplice, dovevano permettere ai suoi parrocchiani di progredire nella vita di unione con Dio, nel comportamento cristiano, nella testimonianza e nelle responsabilità apostoliche. L’Eucaristia era il culmine del raduno parrocchiale. Egli la celebrava in modo tale che ciascuno prendesse viva coscienza della presenza di Cristo. Invitava alla comunione frequente chi vi si era preparato. Insegnava ai suoi parrocchiani a pregare, ad adorare il santissimo Sacramento. O meglio, essi stessi si sentivano attratti a venire a pregare come lui in questa Chiesa. Vegliava a che nessun lavoro o impegno impedisse la celebrazione della domenica. Correndo il rischio di opposizioni calunniose, combatteva, nella sua predicazione, i costumi o le abitudini che gli sembravano contrari allo spirito di verità, all’onestà, alla purezza, alla carità secondo il Vangelo, ma favoriva le sane feste popolari. La sua parrocchia acquisì presto un volto nuovo. Egli stesso non mancava di andare a visitare gli ammalati, le famiglie. Si preoccupava specialmente dei poveri, delle orfanelle de “La Providence”, dei bambini senza istruzione. Radunava le giovani. Rafforzava i padri e le madri di famiglia nelle loro responsabilità educative. Formava confraternite. Suscitava la cooperazione dei parrocchiani, che, in una certa misura, si facevano carico delle opere. Affiancava a sé dei collaboratori da lui formati. Metteva in opera le missioni popolari. Educava alla preghiera e all’aiuto missionario, all’epoca in cui un altro figlio di questa diocesi, san Pietro Chanel, partiva per l’Oceania e moriva martire a Futuna. Così il curato d’Ars incoraggiava le varie vocazioni al servizio della Chiesa, coi mezzi, secondo i metodi e seguendo i bisogni del suo tempo. Insieme ai laici, costruiva qui il tempio di Dio, in comunione coi suoi confratelli sacerdoti, il suo vescovo e il Papa. Ma tutti sapevano a che punto il suo insostituibile ministero di sacerdote, adempiuto in nome di Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, aveva fatto scattare, animato e nutrito questo progresso. 9. Così dunque Cristo si è veramente fermato qui, ad Ars, all’epoca in cui vi era curato Giovanni Maria Vianney. Sì, si è fermato. Egli ha visto “le folle” degli uomini e delle donne del secolo scorso “stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Cristo si è fermato qui come il buon pastore. “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, diceva Giovanni Maria Vianney, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare a una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina” (Nodet, 104). E in questo luogo Cristo ha detto ai suoi discepoli, come una volta in Palestina, ha detto a tutta la Chiesa che è in Francia, alla Chiesa diffusa su tutta la terra: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,37-38). Oggi, lo dice allo stesso modo, perché i bisogni sono immensi, pressanti. I vescovi, successori degli apostoli, il successore di Pietro, vedono più di altri l’ampiezza della messe, con le promesse di un rinnovamento, e anche la miseria delle anime abbandonate a se stesse, senza operai apostolici. I sacerdoti hanno una viva coscienza di questo bisogno, loro che vedono in molti luoghi sfoltite le loro fila e che aspettano l’impegno di più giovani nel sacerdozio o nella vita religiosa. I laici, i focolari ne sono altrettanto convinti, loro che contano sul ministero del sacerdote per nutrire la loro fede e stimolare la loro vita apostolica. I bambini e i giovani lo sanno bene, loro che hanno bisogno del sacerdote per divenire discepoli di Gesù, e forse condividere la sua gioia di consacrarsi interamente al servizio del Signore, alla sua messe. E noi tutti, che siamo qui riuniti, dopo aver meditato sulla vita e il servizio di san Giovanni–Maria Vianney, curato d’Ars, questo “operaio” insolito della messe in cui si opera la salvezza degli uomini, eleviamo una supplica fervida verso il Padrone della messe, preghiamo per la Francia, per la Chiesa attraverso il mondo intero: manda operai nella tua Messe! Manda operai!
Giovanni Paolo II Pp
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